Espulsi dalla propria vita

Per capire la comunicazione oggi, è necessario attribuire al pubblico un ruolo attivo, considerando però che tutti siamo pubblico (destinatario) e conduttore (mittente) allo stesso tempo, ma anche a tempi intermittenti, in contesti sovrapposti, opposti, tangenti e intersecati fra loro.

Tanti piccoli mondi

Analizzando l’evoluzione dei mezzi di comunicazione, di cui i social sono oggi il capolista, vediamo che un tempo erano limitati all’informazione e all’intrattenimento, mentre con i nuovi media si lavora, si riceve formazione/informazione, ci si manifesta, si condividono idee e ci s’intrattiene reciprocamente. Questa confluenza di finalità diverse fa sì che l’attività e il potere del singolo non siano interamente soggetti a volontà superiori di gestione delle coscienze. Tanti piccoli mondi diversi divulgano il proprio punto di vista, soggettivo, esperienziale, condizionato dal proprio contesto, dai “valori forti” nel proprio pezzettino di mondo. Non possiamo comunque escludere che i valori che la fanno da padrone siano spesso riconducibili a un mainstream più o meno implicito, se non addirittura a non-valori che padroneggiano nella società contemporanea.

Real time and fake images

Emerge come costante la foga di mostrare, di abbellire, di filtrare, di piallare, in questo tempo del “tutto e subito”, del “valgo per come appaio al di fuori di me”, del “succede se altri lo vedono succedere”.
Inoltre, la mondializzazione e l’ “a-spazialità” della comunicazione portano le interazioni sociali ad assumere caratteristiche che sono disconnesse dal contesto di vita e dai vincoli dello stesso.
Le conseguenze sono quelle di una diffusione di valori e stili di vita irrealistici, e ne derivano spesso problematiche legate alla difficoltà di accettare e gestire l’esperienza personale, la concretezza della vita reale, la tangibilità e ricchezza degli accadimenti quotidiani. Tutte queste, cariche di elementi inadatti a copertine patinate.
La paura di non essere abbastanza, di rimanere tagliati fuori è così forte da portare tanti a spostarsi sempre più sulle relazioni filtrate dallo schermo, per sentirsi connessi, parte di un tutto organico e avvolgente, trascurando le interazioni faccia-a-faccia.

Dietro lo schermo, mi sento più al sicuro

Piano piano si può osservare, nei giovani in particolare, una perdita di contatto col mondo analogico e i suoi rituali.
Il rischio, nel tempo, è di sentirsi inadatti per il mondo reale e, col tempo non ritrovarsi più con le intonazioni delle voci che cadenzano le comunicazioni, i ritmi dei corpi che si spostano nello spazio-tempo, gli intrecci delle narrazioni vis-a-vis, e il piacere del contatto umano mediato dagli sguardi, da sorrisi veri e da tutti gli elementi del paraverbale che connotano il nostro collocarci nel mondo.
Se tutto ciò non viene più integrato con la comunicazione attraverso gli strumenti digitali, ma ci si limita all’utilizzo di questi ultimi abbandonando l’umanità e il contatto col tangibile, si finisce a vivere una “vita-fake“, un’immagine costruita ad hoc… fondamentalmente, non riuscendo più a tornare indietro senza un valido aiuto, si rischia di finire espulsi dalla propria vita.

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